Fabi’s Blues Band – Intervista per Tempi Dispari

Fabi’s Blues Band – È uscita ieri questa intervista da me rilasciata alla webzine Tempi Dispari – con cui collaboro alla rubrica “Il Maestro risponde”.
Si parla di Blues in concomitanza con gli imminenti live della Fabi’s Blues Band (approfitto per invitarvi a visitare la nostra nuova pagina Facebook).

Ringrazio di cuore a nome mio e della Fabi’s Blues Band la redazione di Tempi Dispari, in particolar modo Carmine Rubicco che ha raccolto l’intervista.

Fabi's Blues Band

Fabi’s Blues Band

Reduce da un’esperienza losangelina e dal trascorso in un gruppo blues romano, Fabiana Testa ha voluto creare un proprio progetto blues avvalendosi della collaborazione di musicisti quali Gianluca Carpignano alla batteria, la Sara Facciolo alla voce e Damir Rapone al basso.

La band ripropone sia classici del blues come “Sweet Home Chicago” e “The thrill is gone” ma anche brani di artisti più recenti come Susan Tedeschi e Derek Trucks. Oltre a quelli di chitarristi blues come Stevie Ray Vaughan, Robben Ford e John Mayer.
Il primo live della band è stato il 12 Luglio ad Alatri (FR).In questa intervista a Tempi-Dispari, Fabiana Testa narra nascita e progetti della nuova band, ma non solo.

1. Fabiana Testa inizia una nuova avventura. Dove, come è nata l’idea e perché il blues?
La passione per il genere c’è sempre stata. D’altronde prendi in mano una chitarra elettrica ed il primo nome che associ è Jimi Hendrix. Scoprendo, man mano che vai avanti, tutto il corollario musicale che ha portato a lui. Il passaggio quindi è abbastanza obbligato se suoni questo strumento. Tutta la musica moderna che abbiamo oggi ha un solo ceppo comune e parte dal Delta del Mississippi circa due secoli fa. Questo per rispondere sul perché. Per quanto riguarda il dove, a Los Angeles ho avuto degli insegnanti meravigliosi. Due di loro – Keith Wyatt e Stuart Ziff, rispettivamente chitarristi dei Blasters e degli War, gruppi importantissimi del blues moderno – erano dei veri bluesmen. Loro hanno preso la mia naturale attitudine al genere e l’hanno portata ad un livello più alto e consapevole. Tornata in Italia ho sentito la necessità di “mantenere la fiamma accesa”, come piace dire a loro.

2. Blues del delta o di New Orleans e perché?
Direi entrambi perché sono uno l’evoluzione dell’altro.

3. Cosa serve ad un vero bluesman, o blueswoman?
Allora serviva essere neri e reietti della società. Oggi che la segregazione razziale non esiste più serve l’empatia e la capacità di imprimere in una sola nota tanti sentimenti. Reinterpretare il dolore, l’amore, le sconfitte di tutti i giorni attraverso la musica.

4. Che cosa resta dell’anima del blues?
Tutto. L’unica cosa davvero diversa, oggi, è il tipo di sofferenza umana e le sue declinazioni, almeno nell’Occidente.

5. Dalla sua entrata in scena ad oggi ne sono passate di “note sul pentagramma”, come è cambiato il genere?
Henry Rollins disse che senza il blues la musica moderna non sarebbe ciò che è oggi, neanche in minima parte. Ed è realmente così, lo dicevamo anche prima. Penso a James Brown, il padre del Soul e del Funk che sono generi eredi diretti del Blues, ma non è così distante la linea che lo separa anche dalle modalità del pop moderno, per esempio quello che oggi perseguono Daft Punk e Pharrell Williams o, allargando ancora il compasso, la stessaLady Gaga. Ho citato esempi che possono apparire “estremi”, ma per chi ha l’orecchio allenato questi mondi non possono non risultare collegati in qualche modo. Se invece vogliamo parlare di gruppi esponenti del Blues moderno non c’è esempio migliore di Susan Tedeschi e del marito Derek Trucks. Il loro mix di blues, r’nb, gospel, soul e funk è il Blues del ventunesimo secolo.

6. Come si sposa la musica nera per antonomasia con la tradizione nostrana?
Da noi chiunque ha provato ad integrare la tradizione black con quella nostrana del bel canto. Probabilmente credo ci sia riuscito con un certo successo soltanto Zucchero, negli anni Novanta Giorgia e in tempi più recenti Tiziano Ferro. Ognuno a modo proprio ovviamente. L’aspetto ironico è che negli anni ’70 venne in Italia un musicologo americano, Alan Lomax, che ha scritto un meraviglioso libro sul Blues, e studiando la musica popolare Italiana asserì che non avevamo nulla da invidiare ai bluesmen in termini di patrimonio folk.

7. Robert Johnson, John Lee Hooker, BB King: esistono eredi? Johnny Lang è uno di questi o solo un buon musicista? E in Italia? 
Johnny Lang è sicuramente uno di questi. Aggiungerei John Mayer, il già citato Derek Trucks, Kenny Wayne Shepherd e Joe Bonamassa fra i più giovani. Ma c’è anche un gigante come Keb’Mo nel Blues acustico. Chiaramente pensare di raggiungere la storicità di certi personaggi oggi che il Blues è così cambiato, è quasi impossibile e forse neanche giusto nei confronti sia dei suddetti che dei sopracitati odierni. In Italia ovviamente c’è Alex Britti, però farei più il nome di qualcuno meno conosciuto che da anni lavora al suo progetto solista con grande dedizione portando avanti il genere con un apporto personalissimo: mi riferisco a Bruno Marinucci, strepitoso chitarrista e mio ex insegnante che ha già un disco all’attivo ed un secondo in lavorazione.

8. Nel nostro paese esiste una grande tradizione chitarristica forse poco sfruttata e poco conosciuta. Cosa manca perché questi artisti abbiano il giusto riconoscimento?
In Italia semplicemente manca la cultura musicale. È brutto da dire, ma quando si spendono soldi solo per i concerti di artisti famosi e non si va ad ascoltare la musica dal vivo nei locali, c’è qualcosa che non va. Il riconoscimento l’artista se lo crea se c’è qualcuno che va a vederlo. Si potrà dire che se ciò che fai non vale allora nessuno verrà a sentirti. Vero anche questo ma prima di giudicare si dovrebbe mettere fuori il naso da casa e farsi un’idea di ciò che c’è in giro. Vale per tutti i generi, non solo il Blues.

9. Domanda Tempi-Dispari: cosa ti piacerebbe ti venisse chiesto durante un’intervista?
Nessuna preferenza. Anzi, una sì: che si parli sempre di Musica, in ogni suo aspetto!

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